TRADIZIONI  ITTIREDDESI

 

Su Capude.

 Per il capodanno si usa confezionare un dolce particolare denominato "Su Capude", che si presenta come una torta con all'interno della marmellata di sapa di mosto o (un tempo!) di fichi d'india.La pasta è mescolata con pezzetti di mandorle e con uva passa che ne ingentiliscono il sapore. La stessa confezione di questo dolce è quasi un rito il cui atto finale è quello della cottura, nel corso della quale si adottavano tutte le precauzioni per evitare la rottura, fatto questo che avrebbe angosciato la padrona di casa, interpretandolo come un cattivo presagio. Il dolce più grande e più importante doveva spezzarsi sulla testa del figlio più piccolo, avendo cura di far cadere le briciole sull'immancabile braciere, quasi a imitazione dell'incenso. Nel fare questa operazione il capo famiglia recitava una frase augurale di questo tenore "Cantas renzas ruene in su fogu, appemus annos de bona fortuna" (quante sono le briciole che cadono nel fuoco, possiamo avere anni di buona fortuna).

La cantata "A sos tre res".

 La sera precedente l'Epifania i ragazzi si uniscono in gruppi, per andare a cantare di porta in porta (muniti di sacchetti o sporte) "a sos tre res" cioè "ai tre re magi", per annunciare la venuta del Messia e augurare buone feste e buon anno in pace e prosperità.L'usanza è piuttosto viva e si tramanda con spontaneità,spesso invogliando tanti bambini, che ormai non parlano più in sardo.Mentre i gruppi di bambini, verso l'ora di cena esauriscono il giro del paese e quindi ritornano a casa, si formano gruppi di adulti che ugualmente cantano "a sos tre res" e con questa scusa vengono invitati nelle case dove, in allegria, si brinda.L'usanza è antichissima ed è attestata nel bacino mediterraneo un pò dappertutto, sopratutto in Grecia.Il testo della canzone a Ittireddu è così conosciuto:

Nova Novas de allegria, novas de su naschimentu,
Novas de grande cuntentu chi bos dada su Messia,
Su Messia est beru Deus naschid'in notte 'e Natale,
un'istella orientale chi a postu in caminu lughiat
Tres pastores chi b'aiat cando su Gesus naschesit
ei sa musica s'intendesit chi sos anghelos faghian
la cantamus sa melodia c'amus congluidu s'annu
Bona notte e bon'annu bonas pascas a cumprire
E Deus bos diat vide e mezzus a un'ater'annu
A nonde dades?

Ringraziamentu.
A chent'annos sa padrona la godedas custa
festa, Gesus Crhistus a manu dresta chi
bos ponzad'in ora ona, a chent'annos
Sa Padrona!

Il Carnevale Ittireddese.   ....sprazzi del 2005

 L'antico carnevale era incentrato sui balli tradizionali in piazza al suono dell'organetto, più recentemente contaminati dai balli "a sa zivile" (il ballo a coppia tipo valser e tango) e sulla consuetudine a mascherarsi per lo più in gruppo.I dolci tradizionali del carnevale ittireddese sono "sas origliettas", un intreccio di sottili fili di pasta, fritte nell'olio e imbevute di miele caldo o zucchero.Ma la caratteristica principale del carnevale ittireddese è la sua continuazione anche nel giorno delle ceneri, con scherzi e divertimenti vari. Questa tradizione risale ai primi del '900 quando un contadino forse ancora sotto l'effetto delle abbondanti libagioni carnascialesche e non volendosi rassegnare a por fine alle baldorie, alzandosi la mattina delle Ceneri, pare iniziasse a discutere con la sua scambio di idee degenerò ben presto al punto che il contadino uscì per strada con la zappa rimproverandola e cercando di metterla in ridicolo: "A bonde parede, non cheret andare a trabagliare oe, non cheret lassare su carrasegare!". Ben presto alle sue beffe si unirono altri compagni e così decisero di fare sciopero e di convincere quanti incontravano ad abbonadare il lavoro. Tra un bicchiere e l'altro qualcuno si armò di funi e così iniziarono a legare i recalcitranti. Da quel momento l'usanza prese piede e si consolidò negli anni successivi; si racconta di vere e proprie collutazioni tra devoti al lavoro e sostenitori dell'astensione dal lavoro nel giorno delle ceneri. Dopo qualche anno di quasi abbandono dell'usanza, in questi ultimi anni essa ha ripreso vigore e si rinnova regolarmente ad iniziativa dei giovani locali. La Chiesa non ha mancato di condannare questa usanza, ma essa resiste a dispetto dei sentimenti religiosi, anzi forse proprio per contrapporsi alla meditazione sulla nostra morte che il giorno delle ceneri dovrebbe rendere particorlamente piena di significato. Col tempo la tradizione si è evoluta verso una minore violenza anche se, una volta catturato, il malcapitato deve necessariamente abbandonare il lavoro, pagare da bere o cotribuire comunque con un'offerta in danaro oppure offrire da mangiare ( formaggio, pane, salsiccia, vino ) e soltanto dopo può essere slegato, ma ha l'obbligo di aggregarsi alla compagnia. Il gruppo degli "scioperanti" si ingrossa sempre di più e verso la tarda mattinata, dopo aver convinto quasi tutti ad abbondanare il lavoro, si recano a disturbare anche i lavoratori intelletuali, a scuola e in Municipio ( anche il sindaco non può sottrarsi alla cattura e alla solita condanna ). Si pranza tutti insieme dove capita a base di pane, vino, salsiccia e formaggio e poi si riprende a girare per il paese facendo un chiasso infernale con i campanacci e cercando sempre di catturare qualcuno al laccio. Alla base della tradizione sta la dissacrazione e sopratutto il desiderio di fare baldoria senza donne, bevendo e magari eccedendo un pò, ma sempre nello spirito carnevalesco che rende tutti amici e consente, ancora per un giorno, di divertirsi e scherzare.

Usanze pasquali. 

In occasione della Pasqua si confezionano " sas casadinas " dolce tradizionale fatto di pasta, formaggio fresco, uva passa e bucce di arancia, mentre per i bambini si faceva una focaccia che veniva cotta al forno insieme ad un uovo, quasi ad imitazione dell'uovo di pasqua. Per quanto riguarda le cerimonie pasquali permane ad Ittireddu la tradizione de " s'isgravamentu " che consiste nella sacra rappresentazione della deposizione di Gesù Cristo dalla croce. Di origini spagnole, il rito si svolge nella chiesa parrocchiale gremita di popolo, scandito dalle parole del predicatore che, dopo aver raccontato le vicende della crocifissione e morte del Cristo, descrive e guida la pietosa opera dei Giudei mentre ne recuperano il corpo che verrà poi tumulato nel santo sepolcro ( Chiesa di S.Croce ). La rappresentazione appassiona i fedeli che vi assistono rapiti ed estasiati, coivolti nel drammatico svolgersi dell'avvenimento. Negli ultimi anni vi hanno assistito anche numerosi turisti che ne ricavano sensazioni molto piacevoli e interessanti.

La devozione a San Giacomo. 

A Ittireddu si venera come compatrono San Giacomo il Maggiore la cui festa liturgica cade il 25 luglio. Sino al 1975 la festa si celebrava nei giorni 1 e 2 maggio, in coincidenza con la liturgia dedicata a San Giacomo il Minore. A parte qualche leggenda, non si conoscono i motivi per cui a Ittireddu si festeggiava San Giacomo ai primi di Maggio anzichè a fine Luglio, ma molto probabilmente ciò era dovuto algi impegni di lavoro connessi alla mietitura e trebbiatura del grano che impedivano agli ittireddesi, contadini per eccellenza, di pensare alla festa in quel periodo. Il Santo da noi venerato - San Giacomo il Maggiore appunto - era figlio di Zebedeo e fratello di San Giovanni l'Evangelista, nativo della Galilea fu chiamato fra i primi all'apostolato da Gesù Cristo. Abbandonò la casa paterna e il mestiere di pescatore per seguire il figlio di Dio e ben presto ne divenne uno degli apostoli più amati e privilegiati. Dopo l'ascensione del Cristo in cielo si dedicò alla predicazione evangelizzando la Giudea e la Samaria. Seguendo l'insegnamento di Gesù Cristo arrivò persino in Spagna per predicare la Buona Novella e formò diversi seguaci tra cui ben sette furono ordinati vescovi dallo stesso San Pietro e ritornarono in Spagna a predicare la Fede in Dio. Ritornato in Gerusalemme, dopo aver convertito Ermogene, venne condannato a morte da Erode Agrippa ma, mentre stava per essere giustiziato, lo stesso carnefice colpito dalla sua fortezza nella fede, si convertì e venne martirizzato insieme a lui. Per mancanza di fonti e notizie dirette, è difficile stabilire a quale epoca risalgono il culto e la devozione a San Giacomo. Certamente essi, pur antichissimi, non hanno sempre avuto l'importanza che hanno assunto da qualche secolo a questa parte. Ciò si deduce innanzitutto dal fatto che San Giacomo sia il Compatrono, mentre il titolo di patrona della Comunità parrocchiale di Ittireddu spetta alla Madonna di " Intermontes " Vergine Immacolata Concezione. In secondo luogo sappiamo che verso il 1300 - 1400, la Festa più importante che si celebrava nel paese era quella dedicata a S. Elena. Nella regione omonima, infatti, restano tutt'oggi le rovine di una piccola Chiesa campestre che era dedicata proprio a questa Santa, mentre nella Parrocchia esiste una cappella a lei dedicata che ospita una sua antica statua. Comunque la devozione a San Giacomo ha origini antichissime, tanto che in proposito si raccontano diverse leggende. La Chiesa rurale dedicata al Santo, secondo un giudizio della Soprintendenza ai Beni Architettonici, Ambientali, artistici e storici per le province di Sassari e Nuoro " presenta tracce di notevoli rifacimenti mentre denuncia un impianto di antica data non perfettamente collocabile nel tempo ". Lo studioso Mauro Botteri, invece, nel suo volume " Guida alle Chiese medioevali della Sardegna ", amplia il giudizio della Soprintendenza e afferma che "... la chiesetta di San Giacomo avrebbe potuto essere la parrocchiale del paese medievale di Lacchesos, ora scomparso. Fu costruita in due periodi: il primo impianto si potrebbe ascrivere al XII secolo ". Escluso il tetto che deve essere rifatto, la Chiesa è in buono stato di conservazione, grazie alle continue cure e manutenzioni che le vengono prestate a cura del Comitato per i festeggiamenti in onore di San Giacomo. Essa si presenta nel suo stile semplice ma allo stesso tempo architettonicamente armonioso, dando un'immagine di serenità e nel contempo di misticismo e di raccoglimento.